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Intervista a Francesco Schianchi

Intervista a francesco schianchi

Francesco Schianchi, docente presso la Scuola di Design del Politecnico di Milano, svolge da anni attività di docenza, formazione, consulenza e ricerca antropologica per imprese pubbliche e private, incentrate sulla cultura del progetto e sull’etica della responsabilità. Autore di numerosi libri, articoli e report di ricerca, ha recentemente pubblicato: Un libro stravagante. L’ennesimo sulla creatività (2017), Il lungo presente ADI. Per una cultura del progetto con L. Biglia (2018), Progettare la vita. 1906: il design degli interni a Milano (2020), Kids Design Manifesto (2020). Per i tipi di Biblion Edizioni  ha pubblicato Il design salverà il mondo. Assunti e riflessioni (2020), In-finitudine. Storie di vite e altre poesie. Da un cimitero (2021), Zacinto Edizioni

Prof. Schianchi, in alcune città la presenza di bagni pubblici è scarsa o addirittura inesistente e, spesso, gli esercizi commerciali privati rappresentano la sola possibilità per il cittadino di usufruire di un bagno pubblico. Si delinea quasi una tacita azione di consegna delle responsabilità delle amministrazioni nelle mani di strutture private che, sostituendo l’intervento pubblico, accolgono, con preliminare acquisto di un bene in vendita, il cittadino che ha esigenza di utilizzare il bagno. Si configura, inoltre, un’unità di intenti tra etica ed economia. Secondo lei l’atteggiamento incurioso delle amministrazioni può essere imputato a un’idea latente e consumistica della società che produce un comportamento orientato verso l’acquisto?

Siamo di fronte ad un “limite culturale” profondo delle amministrazioni pubbliche che dimenticano che la loro ragion d’essere risiede nella loro capacità di esprimere la cultura del servizio alla collettività. Si parla di Smart city, città intelligenti e si dimentica che per essere “intelligenti”, non basta la tecnologia, ma la saggezza. Costruire quindi wise city, città saggie, significa “ripensarle” a misura di bambini, anziani, disabili, quindi per tutti. Significa esprimere un comportamento “strutturato” che coniuga il concetto di accoglienza e di totale, sicura, “vicinanza” ai problemi di libera fruizione della città. Dalla eliminazione delle barriere architettoniche fino alla realizzazione di bagni pubblici puliti, sicuri, esteticamente interessanti da un lato dovrebbe essere un loro compito istituzionale e, dall’altro, essere la vera misura della loro qualità dell’accoglienza e del servizio agli “abitanti” delle città.

La comunicazione “fantasiosa” utilizzata nei bagni pubblici si manifesta spesso con simboli o disegni che sottendono una visione maschilista della società risultando, a volte, addirittura offensiva. Nel suo libro Bagnopoli lei si chiede se “Rimane al fondo la necessità di connotare, indirizzare le persone ad utilizzare spazi dedicati, i bagni pubblici pensati ed attrezzati per la diversità di genere” e propone un’unicità segnaletica del bagno pubblico. La sua proposta potrebbe essere un efficace contributo all’educazione civica e un avanzamento verso la contemporaneità. La nostra società come accoglierebbe tale cambiamento?

Il fatto  che emerga, come dato antropologico, una attenzione alla espressione delle diversità, in termini sessuali, di genere, di identità comporta la “necessità” non solo di prenderne atto, ma di comportarsi di conseguenza. I bagni pubblici sono un servizio per le persone e, oltre alle necessarie attenzioni prioritarie per  le persone ”fragili”, si dovrebbero misurare sulla qualità del servizio che sono in grado di produrre: la sicurezza, l’accessibilità, la pulizia/igienizzazione, la facilità d’uso, ed eventualmente sui  supporti di servizio: diventa sicuramente insignificante targhettizzare, quasi sempre sinonimo di ghettizzare, i fruitori di questo servizio pubblico.

Prof. Schianchi, Shigeru Ban con i suoi bagni pubblici trasparenti è riuscito a risolvere due problematiche legate all’utilizzo del bagno, verificare se lo spazio interno è pulito e se, lo stesso spazio, è già occupato da un altro utente. Secondo lei quali sono gli altri problemi da affrontare per migliorare i bagni pubblici?

Questi sono aspetti basici, obbligatori, assieme alla sicurezza, al poter uscire facilmente e/o di far uscire un/a bambino/a che si è chiuso/a dentro, assieme alla possibilità di poter chiamare soccorso di fronte ad un malore del/la fruitore/trice, assieme essere un luogo di inibizione ad iniettarsi droghe varie, assieme al garantire un uso individuale del servizio, assieme alla durata degli artefatti, inibizione di atti vandalici, assieme a sistemi efficienti di manutenzione. Rilevante nel progetto è la sua dimensione cromatica, di luce, di segnaletica, in grado di modificare la fruizione, anche visiva, di un luogo. Oltre a questi aspetti “funzionali” esistono almeno altre due aspetti progettuali: da un lato “l’arricchimento del servizio” (da fasciatoi, alle colonne di ricarica, al wi-fi, ecc.); dall’altro lato affrontare questo servizio con “arredo urbano”, come parte integrante del paesaggio di una città.

Uno dei principi su cui è nato il Tokyo Toilet Project è stato quello di prevedere dei bagni inclusivi e accessibili a tutti. Non vengono però previsti spazi separati per persone transgender o genderfluid, quindi il concetto di inclusività diventa parziale, affidando alla sensibilità del singolo la decisione di occupare l’uno o l’altro bagno. Il problema non è progettuale né tecnico, ma attiene al campo sociologico – culturale. Quale potrebbe essere la strada da percorrere, non solo in Giappone, per diffondere una maggiore consapevolezza e risolvere questa “distrazione”?

Siamo di fronte ad un altro aspetto di ciò che si definisce Design for all, design per tutti il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza, oggi interpretato come il design per superare le fragilità e gli handicap. Tutto il design dovrebbe essere for all, per tutti senza distinzioni, a partire ovviamente dalla risposta ai bisogni/esigenze di chi esprime i disagi/le differenze più marcate. Questo implica un progetto  più complesso, non più complicato, di design, che da anni definisco di antropodesign, capace di esprimerne il senso più profondo, ossia di migliorare la qualità della vita delle persone. Attraverso gli artefatti, quindi anche dei/nei bagni pubblici.

Qual è la prima cosa che suggerirebbe ad un architetto che si accinge a progettare un bagno pubblico?

Un bagno pubblico è una straordinaria opera di architettura e di design, di tecnologia e di antropologia: dovrebbe esprimere  la cultura del servizio e dell’utilità della committenza, dovrebbe esprimere la cultura del progetto, intesa come “prendersi cura delle persone”, dovrebbe misurarsi sulla qualità di “attrezzamento”/risposta ai bisogni/esigenze di diversi/e utilizzatori/trici, dovrebbe interpretare con creatività, innovazione il senso di essere un artefatto materialmente e tecnologicamente efficiente, ma soprattutto  arredante, simbolico, narrante.

Il bagno domestico, da qualche tempo, sta vivendo una stagione di ampliamento del suo significato. Viste le molteplici attenzioni che ruotano intorno al bagno di casa nostra, credo che assisteremo a ulteriori e inaspettate trasformazioni. Secondo la sua visione, quali nuovi significati potrebbe assumere il bagno pubblico nel futuro?

La situazione pandemica di questi anni ha fatto acquisire una nuova consapevolezza dei tempi, degli spazi, delle attività e dei gesti: ha ridefinito una grammatica relazionale con le persone, con i luoghi, con gli artefatti. La domanda di bagni pubblici, disseminati nello spazio urbano, non solo come indicatore di civiltà di un luogo al servizio di suoi abitatori, ma anche  come una nuova segnaletica del servizio, della sicurezza: pensiamo  alle connessioni wi-fi, alla loro illuminazione notturna, per facilitarne l’identificazione, come luoghi sorvegliati da telecamere, per potere richiedere aiuto in caso di aggressione, incidente, malore, ecc.

L’essere umano non è solo un corpo che ha bisogno di uno spazio razionale, ma è anche una persona sensibile all’estetica. Dal modo in cui lo spazio è misurato, suddiviso, dipinto, illuminato, reso accessibile e orientato dipende il benessere e la soddisfazione che se ne può ricavare, anche se quello stesso spazio ha bisogno solo di una breve permanenza. Dal suo punto di vista autorevole e privilegiato, ci dice se il bagno pubblico in Italia è oggetto di crescente interesse da parte di designer e architetti?

Dalle proposte che le diverse imprese specializzate in questo settore emerge ancora una “sudditanza progettuale alla cabina, non elettorale, ma balneare, senza per altro “ispirarsi” a De Chirico e altri. Se emerge un crescente utilizzo della tecnologia per risolvere  gli aspetti basici, funzionali, materici, “servizievoli”, rimane scarsamente inespressa la sua dimensione segnaletica, simbolica, narrativa, di emblema possibile di interpretazione estetica di arredare uno spazio  pubblico.

La contestualizzazione delle strutture che ospitano i bagni pubblici con il territorio circostante potrebbe essere il punto di partenza per riqualificare alcune parti trascurate delle nostre città. Quali servizi accessori possono convivere all’interno o accanto ai bagni pubblici per incentivare la frequentazione e rimuovere lo stigma di marginalizzazione di cui sono oggetto?

Nel manuale operativo dell’arredo urbano del Comune di Milano si indica come obiettivo “il miglioramento della qualità  degli spazi verdi e urbani […] attraverso azioni di riqualificazione e valorizzazione degli ambiti cittadini pubblici, dei giardini, dei parchi, delle piazze, dei sagrati, delle aree pedonali, dei monumenti cittadini, secondo criteri di funzionalità (massima fruibilità e comfort), di armonia ed eleganza (bellezza)”. La concretizzazione di questi criteri, assieme ad un progetto-percorso-mappa dei bagni pubblici, potrebbe prevedere “isole servizievoli”, polifunzionali (lo sharing auto/bike/i totem informativi sulla città, gli eventi, ecc.), i bagni pubblici, le sedute per la sosta, ecc. .Isole piene di luce e di verde, per  viaggiatori, camminatori, fruitori della città di luoghi di servizio, soprattutto di approdo, per ripartire.

Arch. Aldo De Vivo

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Articolo scritto per la rivista “Il Bagno Oggi e Domani”

il bagno oggi e domani

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